Hacker: esperto o criminale informatico? Print
Quando l’abilità tecnica e la genialità creativa superano le barriere e gli ostacoli della disciplina ufficiale, il confine tra lo spettacolare e il criminale diventa labile. Una analisi storica per capire le origini di questo fenomeno.

Quando si osservano programmi televisivi relativi ad internet e alle nuove tecnologie o si apprendono dai giornali fatti e notizie in merito ad attacchi informatici alle reti di telecomunicazione, viene spesso utilizzato il termine “hacker”, che già di per se stesso suscita una certa curiosità nel pubblico ascoltatore. Ma che cosa è esattamente un hacker? Si tratta sostanzialmente di una persona (o un team di persone) che si impegna nell'affrontare sfide intellettuali e di strategia con lo scopo di superare delle limitazioni che gli vengono imposte, come ad esempio le barriere informatiche, non limitatamente ai suoi ambiti d'interesse ma in tutti gli aspetti della sua vita. In molte occasioni, in relazione al settore informatico, colui che esercita nella pratica questa filosofia di vita, è anche colui che tende ad apprendere i segreti dei dispositivi elettronici ed informatici per riuscire ad introdursi in sistemi e reti protette, con lo scopo “scientifico” e “culturale” di dimostrare la propria abilità, forse più a se stesso che ad altri. Però, essendo tale attività esercitata anche da chi cerca un profitto, un utile personale a scapito di altri, il termine hacker ha finito per connotare il tipico criminale informatico, la cui definizione corretta però sarebbe “cracker”.

Storicamente il termine fu utilizzato all’inizio degli anni 50 al MIT, dove nel gergo studentesco il termine hack indicava una azione goliardica. Uno studente degli anni ’50 alle prese con lo smontaggio di un dispositivo elettronico poteva descrivere la sua attività come “hacking”. In seguito il termine fu attribuito alle incursioni sotterranee non autorizzate nel campus del MIT, ovvero “tunnel hacking”. Quando le attività di incursione o di scherzo riguardarono la telefonia, in gergo fu coniata la definizione di “phone hacking”, oggi phreacking. Con il tempo il termine hacking fu utilizzato in associazione ad una attività di miglioramento dell’efficienza complessiva di un sistema, ed hacker erano coloro che vi si dedicavano.

Quando al MIT giunse uno dei primi modelli di computer lanciati sul mercato, il termine fu associato alla composizione di programmi e routine software anticonvenzionali, senza ricorrere a procedure della letteratura informatica ufficiale. Tutto ciò denotava uno spirito creativo capace di “aprire un varco” nella metodologia ordinaria per fornire soluzioni innovative. Nei successivi anni ‘70 il termine hacker era diventato già elitario, collegato a chi era abile nella programmazione dei computer. In pratica per essere un “hacker” una persona doveva essere in grado di scrivere programmi capaci di non limitarsi ad una buona tecnica, ma raggiungendo una vera e propria genialità intrinseca.

Con l’avvento delle reti geografiche, di ARPAnet e poi di internet, il significato fu poi trasferito, come connotato negativo, all’immagine di un rapinatore elettronico in stile punk, che agiva contro la società da vero e proprio rinnegato ed emarginato, per intrufolarsi in sistemi e reti creando danni o carpendo informazioni riservate.
In altri casi l’immagine dell’hacker è stata associata al quindicenne studente modello capace di violare dei segreti di stato, nella valenza più generale di “genio del computer”.

Una azione di hacking oggi non viene più considerata come una semplice ragazzata o scorribanda informatica, ma è una attività pianificata e organizzata capace di destare l’attenzione specifica anche delle forze dell’ordine per la gravità penale dei fatti ascrivibili a tale azione. Un hacker pertanto nella moderna accezione viene considerato sia un esperto programmatore di computer e dispositivi di telecomunicazione sia un soggetto potenzialmente pericoloso per la sicurezza informatica.